EMILIO VILLA

Presentazione alla Mostra di Mario SamonÓ alla Galleria Numero, Firenze, 21 giugno 1956, s.p.


Chi pensa alla dinamica degli eventi pittorici come a un naturale attrito di mediazioni grammaticali e di elementi sperimentati da un mestiere tradizionalmente accettato, di fronte a queste operazioni pittoriche avrÓ buon motivo di rimanere perplesso o sconcertato.

Lo scopo delle diciture colorite proposte da SamonÓ ╚ altro: Ŕ illustrazione patetica di alcuni verbi come scagliare, scatenare, sradicare, incendiare. Rifiutata ogni ideologia e ogni nozione didascalica della pittura, qualche cosa di pi¨ chiaro e di pi¨ sgomento residua nel puro gesto della allucinazione: torce dei lividi umori, crinali di orizzonti in frana, paludi di attese, abbarbicate inutilitÓ e inesistenze, sagome e squarci, scenari di indole simbolica chiesti ai riflessi di un fuoco cultuale e insieme al lampaneggio grezzo della brace da sterpi.

Difficilmente critici e pittori potranno capire o giustificare una pittura come quella di SamonÓ. Io sono felice di essere tra i pochi che possono viaggiare in questa regione, di questa stagione. Credo che la violenza di questo giovane pittore abbia in mente una corrucciata e irosa tentazione: quella di recuperare, ricostruire a una forza ipotetica, le ipotesi gelose del fisico fantasma vegetale, di un carico di energie dove senza troppe possibilitÓ il pensare si verifica in echi di cenere e si contrae in chiarezze penose: quello di creare un simbolo convulsivo, oscillante tra il campo intellettivo, il campo sensitivo, il campo espressivo e, in questo sbattere, un puro sintomo del possibile, delle luci estreme tra nero non nero e rosso non rosso: i germi dello spasimo e del sonno nell'aria intera, del rito, del coro, della vendemmia senza testimonianze umane.