Renato Nicolini

PUPINO SAMONÀ - ENERGIA, COLORE, MORALITA'

Introduzione alla antologica Pupino Samonà 50 Anni Di Ricerca al Vittoriano di Roma, luglio 2004

In casa ho un quadro di Pupino Samonà. L'ha comprato mia moglie Cinzia, al tempo in cui collaborava con Filiberto Menna (che di Pupino Samonà parlava in un saggio, Pittura-pittura, scritto assieme a Giorgio Cortenova). A casa è arrivato da poco tempo, perché Cinzia ha avuto voglia di vederlo, ne ha avvertito la mancanza, e l'ha tirato fuori da un deposito dove era finito per un trasloco. È un sole nero, innanzi tutto comunica energia, di quella specie particolare che solo l'arte può dare. Per me non è ancora diventato un oggetto famigliare, ho bisogno di dimorarci. Mentre posso dire di avere, soprattutto per il periodo in cui abitavo in via Monti della Farina, nella fase eroica dell'Estate romana, condiviso una delle dimore in pubblico di Pupino Samonà, quel tratto di città che va dalla Sezione (allora, e per sempre nella mia memoria, del PCI) di via dei Giubbonari fino al vinaio di Campo de' Fiori. Lì m'incontravo abbastanza spesso con Pupino, che aveva sempre qualche nuovo progetto da espormi, e che io (debbo confessarlo) ascoltavo però a tratti. Perchè distratto da un altro problema, secondo l'ottica (retrospettivamente incomprensibile), del politico più rilevante, che proprio la presenza di Pupino mi riportava in mente. Si trattava di una possibile utilizzazione del patrimonio comunale come studi per i pittori, di cui era difficilissimo stabilire il regolamento - e che mi ha avvelenato per anni il piacere di incontrare gli amici pittori. La complessità burocratica della questione mi faceva soffrire, mi sembrava uno scandalo che la modernità non riuscisse almeno a mantenere le antiche tradizioni di sostegno agli artisti da parte della collettività. Ne faceva le spese Samonà - di cui ammiravo comunque l'entusiasmo, afferravo idee a tratti, prendevo appunti che poi dimenticavo o smarrivo... (li ritroverò riordinando gli archivi?).
A Samonà mi legano poi altre vicende personali. Secondo la mia geografia del PCI, lui apparteneva, frequentando la Sezione Regola-Campitelli di via dei Giubbonari, all'ala popolare, mentre io, che ero stato segretario della Sezione Campo Marzio, ad un'ala più intellettuale. In effetti, a Campo Marzio ogni eresia, dalla Cina di Mao al 'manifesto' trovava larghi, se non maggioritari consensi. Campitelli era invece, come si diceva allora, sdraiata sulla linea. Ma la prova del la differente natura delle due sezioni era nel fatto che, come Sezione Campo Marzio, avevamo pagato la squadra attacchini della Sezione Campitelli per affiggere i manifesti del nostro Festival di Sezione, che quell'anno tenemmo, eccezionalmente e per la prima volta, a Piazza Navona. Da questa strana confusione fui finalmente risvegliato dal fatto che Pupino Samonà apparteneva ad un ramo dei Samonà che conoscevo come architetti, Giuseppe ed Alberto - e da lì sono risalito ai suoi numerosi altri illustri parenti. Insomma, ho finito per capire che Pupino Samonà appartiene alla razza degli intellettuali: di quelli appartati, nonostante l'allegria degli incontri; ed anzi è uno di quei siciliani che decidono (come fece negli ultimi anni dell'Ottocento mio nonno Giovanni) di venirsene a vivere da Palermo a Roma, credo per un particolare senso di responsabilità pubblica.
Avrei altre cose da dire su questo registro - su Pupino spettatore assiduo ed attento dell'Estate Romana - su Pupino alla Casa della Cultura... Ma vorrei dire qualcosa della sua pittura, la quale è ancora più attraente di lui. Soprattutto per un architetto, che non dimentica il suo Memoriale di Auschwitz, e che è portato non senza ragioni a vedere anche la sua pittura come un ragionamento sullo spazio. Un ragionamento (nonostante i cerchi e i tagli) che però non si affida al disegno astratto della geometria, ma al colore. E il colore, con il suo peculiare valore spaziale, che diviene geometria ed insieme la sfuma, l'allarga - e fa scorrere lo spazio dentro i tagli che offre. I nomi che farei, per analogie, sono quello di Balla per l'amore per i piani definiti dal colore - di Fontana, non solo per i tagli di un periodo, ma per il valore materico che sempre emerge dall'astrazione - di Turcato, di cui non a caso Samonà espone una fotografia assieme, sul suo sito web. Samonà aderisce pienamente alla moralità che spinge, per tutto il Novecento, a ritrovare l'oggettività della pittura nell'astrazione, dopo un eccesso di espressione dove soggettività e sentimentalismo) hanno rischiato di confondersi. Ma dimostra come questo sia tutt'altro che rinuncia alla materialità, e dunque alla sorpresa infinità, dell'arte.