Toni Maraini

IL RITORNO DI UN PALADINO DELL'IGNOTO

Presentazione della Mostra Pupino Samonà Dalla partenza al ritorno, Loggiato di S. Bartolomeo, Palermo, 9/6 - 9/7 2006

Un percorso artistico di grande passione pittorica e visionario, e rigore concettuale. Ecco, in poche parole, l'itinerario di Pupino Samonà. Un itinerario esemplare nel panorama storico dello pittura astratta moderna italiana. E non soltanto. Giacché l'opera di Pupino Samonà si colloca ad un livello di ricerca che non ha frontiere. Oltre ad aver partecipato, dopo essere approdato a Roma da Palermo negli anni '50, al movimentato dispiegarsi dell'avanguardia artistica italiana e dei suoi rapporti con le correnti internazionali del dopoguerra, Pupino Samonà ha portato avanti, per affinità elettive, alcune ardite linee di ricerca delineate nella prima metà del secolo scorso da artisti quali Malevitch, Kandinskji, Delaunay, Balla. Egli è d'altronde l'unico artista italiano della seconda metà del secolo scorso od avere approfondito e metabolizzato - consacrandovi l'intera sua opera - le grandi questioni poste dalla scienza su materia/energia, movimento/luce, spazio/tempo, interazioni/compenetrazioni, microcosmo/macrocosmo alle quali, in Italia, Boccioni e Balla avevano in parte cercato di dare supporto plastico nel primo periodo futurista. Basti, a questo proposito, dare un'occhiata a 'Fondamenti Plastici' (1913) di Boccioni, o ad alcuni titoli di opere di Balla quali 'orbite Celesti', 'Mercurio che passa davanti al sole', 'la costellazione di Orione', 'plasticità di luci', 'forze spaziali', 'simultaneità di Forze', 'compenetrazioni dell'io con l'Universo'. Ridefinendone i termini nel contesto dei nuovi orizzonti dell'astronomia, della fisica e dell'astrofisica, Samonà, è andato però ben oltre queste premesse. Le ha decantate e approfondite concettualmente, e ha elaborato tecniche e soluzioni formali inconfondibilmente 'sue'. Niente 'macchinismo' o 'concretismo' materico futurista, dunque. Ma, piuttosto, un'astrazione permeante, interisa e iconica per la quale potremmo adottare il termine di sublime abstraction, coniato nel 1960 dal critico americano Robert Rosemblum per l'opera di artisti come Newman, Gottlieb e Rothko con i quali, non a caso, la ricerca di Pupino Samono si era trovato in quegli anni in empatica affinità (non avevano forse essi dichiarato in un loro manifesto che si proponevano di 'rappresentare concetti complessi con elementi semplici' e che per loro "l'arte significava avventurarsi in un universo ignoto"?). A quanto pare, d'altronde, uno dei primi Soli Neri (1956) di Samonà precede in data la famoso serie di cerchi neri di Gottlieb (1958/9). Ma in Samonà, la 'astrazione sublime' non è mai stata soltanto 'astrazione', e mai soltanto 'sublime'. Egli ha saputo mantenere saldo un caustico, dissocrante, talvolta irridente, ma anche candido, senso dell'humor, e uno vena di surreale meraviglia, che hanno lasciato emergere, nella rigorosa drammaturgia astratta degli elementi, tracce concrete del mondo vegetale, animale e umano. La dimensione umana apparirà invero con la sua tragica realtà nella serie dei lavori per il Memoriale ai caduti italiani ad Auschwitz, opera monumentale e di grande impegno realizzata da Pupino Samonà tra il 1978 e il 1980. Grazie ad una ingegnosa commistura di elementi figurativi e astratti, trasfigurati in allegoria iconica e ritmati da un movimento cromatico e grafico di simboli, ombre e memorie, la condizione umana attraverserà la scena solenne e fragile, invero epica. Una ricerca indipendente e libera, dunque, quella di Samonà. Caratterizzata da vari periodi e clicli tematici, e varie tappe, spesso complementari, talvolta parallele. I primi disegni in bianco e nero degli anni '40/'S0, dove elementi di natura diversa si compenetrano, danzano e traballano in modo ludico e surreale, contengono già in nuce molti aspetti delle ulteriori ricerche. Nella sottesa e poetica ironia grafica non mancano echi di Max Ernst, o Michaux La pratica del disegno (china, matita, gouache, tempera), sovente su piccole e medie dimensioni, ha da allora accompagnato tutto l'opera di Samonà e di volta m volta introdotto nuovi temi: la polisemica struttura del pesce/occhio/arco, il volo delle rondini (già caro a Balla/, le sinergie della terra e del fuoco e, perfino, in una serie di disegni/pitture degli anni '90, le escursioni interplanetarie di un piccolo personaggio 'in libertà'. In questi cicli grafici, la mano si sbizzarrisce giocosa per tracciare e captare forme, strutture e linee che poi approdano in piena sapienza estetica sulla tela. Sin dalle prime pitture degli anni '50, dove l'elemento ludico lascia posto a dimensioni più intense e gravi, si delinea infatti una drammaturgia degli elementi che a poco a poco si volgerà dalla terra verso l'universo astrale. Samonà dipinge allora i primi grandi cerchi (astri) che vibrano al centro di spazi ancora incerti e materici, e una serie di composizioni in cui strane forme emergono dal turbinio vorticoso e magmatico (terra, acqua, fuoco) della materia. Per questa serie di pitture, usando palme essiccate di fichi d'india e altri materiali naturali di recupero, aveva elaborato una tecnica personale di contrasti in negativo perfettamente adeguata al gioco delle forme primordiali. Poi, il lungo e paziente lavoro pittorico si è concentrato su composizioni (invero, 'paesaggi') più epurati seppure complessi. Paesaggi dello spazio immenso resi con i loro astri, le loro orbite, ellissi, energie, i loro bagliori e oscuramenti, con i loro abissi, orizzonti ed eventi cosmici. Un lavoro in sintonia con i nuovi insegnamenti di una scienza intesa, al suo culmine, come Conoscenza e che, il secolo scorso, si era arricchita dalla scoperto delle filosofie orientali. Grazie a concetti come 'dinamismo cosmico' e 'mobilità vivente delle cose' (Bergson), anche il pensiero filosofico si era aperto a una visione più olistica dell'Essere e dell'Universo. Non sorprende pertanto che Samonà, omnivoro lettore e vorace frequentatore di ogni argomento o strumento (da scienza e filosofia alla Settimana enigmistica...) che riconduca alle complesse leggi della Natura, si sia lanciato, come paladino dell'ignoto, verso gli spazi per sondarne a suo modo enigmi, rebus e insegnamenti. In questa sua ricerca aleggia qualcosa della sfida spavalda e visionario di Empedocle, Lucrezio, Giordano Bruno. Nell'opera di Samonà, infatti, microcosmo e macrocosmo s'integrano in una ricerca ambiziosa e coerentissima che interroga nel contempo scienza e mito: tratteggiare un'epopea visiva che dalla più piccola forma alla più elevata capti il palpitare d'energie d'una forza che precede, sovrasta, accompagna, compenetra l'Esistenza. Tracce del pensiero orientale e del plurimillenario bagaglio di saperi del Mediterraneo, e non soltanto delle scoperte della scienza, stanno a monte di questa visione animista e sacrale.

Ma Samonà, non è uno scienziato. Né un astronomo o astrofisico, né un entomologo, né un teorico, né un burocrate del sapere, né un saggio e erudito. È un fabulatore. Anzi, un affabulatore. Come in ogni creatore dotato d'intuizione e passione, la sua fabulazione è tutta pittorica, Ma - oh miracolo del pensiero immaginante! - ha saputo captare in termini plastici quello che scienza e astrofisica tentano oggi di formulare e raccontarci. Questo è quanto hanno dichiarato alcuni scienziati di rilievo quali Marcello Beneventano, Antonio Bianconi, Luigi e Renzo Campanella. Ammirando la maniera in cui Samonà ha saputo rendere, grazie al suo lessico d'immagini, la poetica ed essenziale bellezza di concetti (curvatura gravitazionale, buchi neri, rifrazioni etc.) difficilmente traducibili, essi hanno più volte organizzato a Roma eventi e incontri sul tema Arte/Scienza a partire, appunto, dall'opera di Pupino Samonà. Ma anche qualora non vi fosse la testimonianza rigorosa e amichevole degli scienziati, basterebbe dare un'occhiata alle immagini che i vari satelliti, Voyagers e sonde ci hanno trasmesso in questi ultimi anni aggirandosi tra Giove e i suoi anelli, approdando su Marte e orbitando attorno a Saturno, per confermare la pertinenza intuitiva e plastica dell'opera di Samonà. Più ancora, basterebbe guardare le bellissime immagini dei campi gravitazionali di due buchi neri che si scontrano, di recente pubblicate (Maggio 2006) dal team dell'astrofisico John Centrella (NASA) dopo 15 anni di ricerche, calcoli ed elaborazioni di dati. In una sequenza d'immagini scorgiamo linee curve e semicurve (prima bianche e gialle, poi violacee/rosse vermiglio, infine nere, blu e marrone) che si stagliano su fondo oscuro con sfumature ondulate come petali di fiori in orbite convergenti, si dispiegano, si aprono, si richiudono su fessure e abissi. Si tratta di immagini rese da una simulazione computerizzata. Se non lo sapessimo, penseremmo alla riproduzione di alcuni tra i più bei quadri di Samonà. Con la differenza, tuttavia, che i paesaggi o eventi cosmi captati dal suo occhio mentale precedono di decenni quanto la tecnologia scientifica sta oggi visualizzando. Non è poco. È mistero intimo dell'arte. La ragion per la quale, come abbiamo affermato in incipit, Samonà è un artista di tutto rispetto nel panorama dell'arte moderna italiana E se riesce o coinvolgerci nella sue visioni lo dobbiamo anche alla sua laboriosa e tenace ricerca di uno stile e di un sapere tecnico pittorico appropriati a quanto si è proposto di raffigurare. Con sagace Pazienza d'artigiano è infatti diventato, nel corso degli anni, abilissimo maestro di colorature, pennellate, tinteggiature, spruzzi, sfumature, sovrapposizioni etc. Come a ricordarci oggi che, nell'arte del XXI secolo, ha ancora senso e valore il millenario mestiere manuale del pittore.

Pupino Samonà, come abbiamo detto, ha preso attivamente parte al fervido periodo artistico che dalle avanguardie del dopoguerra sino agli anni '70 ha ricollegato l'Italia alle problematiche internazionali e universali dell'arte moderna. Polemico e insofferente verso ogni forma di provincialismo e conformismo, ha sempre difeso la libertà di pensiero e di creazione nell'arte. Senza mai cedere od alcuna moda artistica del momento, o a dirigismi dogmatici, ha proseguito sulla sua strada, dapprima facendo parte a Roma di gruppi che si formavano e scioglievano in modo del tutto informale e, poi, dopo gli anni '70, in solitaria (e pur sempre conviviale, irridente e caustica) concentrazione. Gli è che nel frattempo, impaludato nella magmatica banalità del post-moderno che lentamente ingurgita, altera e cancella interi lembi di storia artistica moderna, la situazione delle arti è radicalmente mutata (e non soltanto in Italia). Ragione di più, per considerare Pupino Samonà testimone di un periodo pre-virtuale e pre-consumistico, cruciale e irripetibile. I migliori critici di quel periodo hanno avuto occasione di scrivere sulla sua pittura. Benché in questi ultimi anni egli abbia ricevuto importanti riconoscimenti, certi 'burocrati dell'arte' hanno invece continuato a misconoscerla Poco male. La suo valenza è inconfutabile, e il 'ritorno' a Palermo sembra inaugurare un più attento recupero della memoria A dire il vero, 'recupero' non è parola per Samonà!... Diciamo, piuttosto: le opere si fanno strada, la memoria si dispiega in avanti. Riapprodando in Sicilia dopo un lungo periplo, Pupino Samonà porta con se da Roma a Palermo un denso percorso di esperienza, cultura, vita (non a caso, nel ritorno lo affianca la moglie Janine, compagna di lungo cammino). Porta con se un'opera che racchiude molti insegnamenti. L'importante è che giovani generazioni, in Sicilia e altrove, ne prendano atto, lo capiscono. A loro ricordiamo quanto nel lontano 1958 scriveva su Samonà Emilio Villa, altro grande affabulatore, oggi riconosciuto come uno dei più acuti critici d'arte del secolo scorso, "[...] Di Samonà, - scriveva Villa - amiamo la sua allegoria solare, eclissica, un sole denudato, che è della stesso natura cui è partecipe, e complice, il sole sempre troppo grande delle anime maggiori [...] Samonà, pittore di irripetibili sorgenti, entra nel mio novero dei veri, prepotenti e audaci confutatori del presente […] Non esercitazione del sensibile riflesso, ma disciplina e capfatio del muto e obliquo piovere del tempo nella mente [..].

New York, maggio 2006