Toni Maraini

IL SOLE DENUDATO

Presentazione della Mostra Pupino Samonà 50 anni di ricerca, Complesso del Vittoriano, Roma, 2004

L'arte di Pupino Samonà occupa un posto speciale nel panorama artistico italiano della seconda metà del '900. Molti non lo sanno? Male! Come ha scritto Fredric Jameson a proposito dell'arte moderna, una cosa è la vera storia della creazione artistica del secolo xx, un'altra è il 'Sistema dell'Arte' che ne ha usurpato il divenire istituendosi in establishment dominante. A partire dagli anni '70, fagocitato dai meccanismi del mercato, dei media, delle mode e dei simulacri dell'arte, questo 'Sistema' ha funzionato in modo sempre più autoreferenziale, pretendendo di gestire imprenditorialmente la memoria storica. Non sorprende pertanto che una figura come Pupino Samonà, "artista puro e autentico" (Marcucci), ex-centrico a tale stato di cose, sia rimasto un outsider.
Nonostante il fatto che tanti critici - EmilioVilla, Mario Diacono, Renato Pedio, Giuseppe Gatt, Enrico Crispolti, Luigi Marcucci, Fulvio Abbate, Achille Bonito-Oliva, Filiberto Menna, e altri ancora - abbiano, nel corso degli anni, scritto su di lui.
Per introdurci al suo itinerario, citiamo alcuni passaggi da due testi inediti manoscritti di Emilio Villa su Mario Samonà appartenenti all'archivio di Topazia Alliata e risalenti agli anni `60 e`70. Emilio Villa, che già nel 1958 aveva presentato una mostra di Samonà alla 'Galleria Appia Antica' di Liana Sisti, scrive: "[...] così, noi amiamo, di Samonà, la sua allegoria solare, eclissica, un sole denudato: che è della stessa natura cui è partecipe, e complice, il sole sempre troppo grande delle anime maggiori [...] Samonà, pittore di irripetibili sorgenti, entra nel mio novero dei veri, prepotenti e audaci, confutatori del presente [...] tra le più mirabili, inquietanti, libere ed esose gestioni che io conosca, qui [...] Non esercitazione del sensibile riflesso, ma disciplina e captatio del muto e obliquo piovere del tempo nella mente, nel polso, nel braccio, nell'occhio [...] Samonà è cresciuto da dieci anni nell'ambiente romano: che è il solo ambiente italiano dove sia stata elaborata, con premura e delicatezza, una concezione Sottile, forse un po' oscura, ma verificatasi come germinale per la fioritura di una sintassi di nomi e di opere (spesso molto sconosciute) e per l'equilibrio di una parabola culturale. Questo, si vedrà facilmente nei prossimi anni non appena l'arroganza mercantile, la cecità mentale e le ambizioni dell'ufficialismo, avranno compiuto il loro effimero ciclo".

Il ciclo, non è stato poi così effimero! Ma la fioritura germinale di quella 'parabola culturale' romana, è quanto resta di veramente fecondo per chi voglia fare bilanci sulla vera storia dei fermenti artistici della seconda metà del '900. Pupino Samonà, nato a Palermo nel 1925, trasferitosi a Roma dove espone per la prima volta nel 1950, vi ha partecipato in pieno. Ben presto, era entrato a far parte del gruppo d'artisti della Galleria Trastevere di Topazia Alliata. Quello era il periodo in cui - come precisava ancora Emilio Villa - "nella curva dei ponti sul Tevere, abbiamo largamente contato le nostre notti, senza noia e senza ripugnanza". Come annoiarsi quando si ragiona sulla natura e la materia del mondo, si dipanano concetti e visioni, si creano e ricreano gruppi, si organizzano attività effimere eppure esaltanti, voracemente ansiosi di ricollegarsi, nell'euforia del tardo dopo-guerra, alle grandi coordinate europee, cosmopolite e universali, e ai nuovi orizzonti della scienza? Pupino Samonà, di certo, non si è mai annoiato. Il suo desiderio di captatio si è ben presto rivolto al cosmo intero. Il suo particolare percorso pittorico, iniziato con una ricerca su energie e materie telluriche, è sconfinato negli spazi siderali. Non una esercitazione estetica, la sua, o una scelta formale di campo (astrazione), o l'invenzione d'uno stile (anche se questa invenzione c'è, eccome!), ma un graduale orbitare nell'universo delle materie, degli spazi e delle forme per necessità di captatio visiva delle loro dinamiche, luminescenze ed energie.

La pittura di Pupino Samonà è di grande rilevanza per più ragioni. Innanzi tutto, può essere annoverata tra le rare ricerche che, in Italia, hanno indagato ai confini tra Arte e Scienza senza artifici e tramite la pura materia pittorica. Interessatosi ai nuovi scenari, paradigmi e modelli della fisica molecolare e dell'astrofisica, oltre che alle archetipe questioni sul Cosmo e sull'Energia Vitale, egli ha pazientemente elaborato una pittura che ne rendesse linee di forza, meraviglie e drammaturgie. Scienziati di rilievo (Marcello Beneventano, Luigi e Renzo Campanella, Antonio Bianconi) gli sono stati amici in questa avventurosa ricerca. La sua iconografia pittorica non ha preteso illustrare o raffigurare ciò che non è raffigurabile ma, piuttosto, captarne il pathos, enunciarne i concetti in termini plastici. Come ha scritto il chimico Luigi Campanella "non soltanto la fisica, ma anche la chimica può probabilmente rivendicare di essere stata la nascosta, inconscia ispiratrice di Samonà. Reazioni oscillanti, strutture molecolari, fugacità, volume: tutti concetti [...] ai quali Samonà [...] ha saputo affiancare l'integrazione [...] di un'immagine [...] la materializzazione di quei concetti fisici che con difficoltà vengono rappresentati".
Dare forma immaginante all'ineffabile è sempre stata un'aspirazione della creazione artistica. "Le immagini che servono di base alle teorie scientifiche - ha ben precisato Jung - sono contenute nello stesso entroterra di quelle che ispirano l'arte e le leggende". Questo entroterra è patria di quanti s'avventurano nel campo della Conoscenza tout court. La poetica pittorica di Samonà si fa beffa delle teorie sulla morte dell'arte. Non esprime il preteso 'disincanto metafisico' post-moderno, ma un grande incanto, un candido/amaro meravigliarsi. "Incanto di un proprio intimo oriente" ha scritto, di Samonà, Enrico Crispolti nel 1970. E per 'oriente' s'intenda, come sosteneva Avicenna, la zona epifanica della mente. Non ha forse scritto Borges "il vero artista non è colui che inventa, quanto colui che scopre"? Per Samonà scoprire significa dévoiler, rendere concretamente visibile, rivelare in immagini. In questo senso, d'altronde, la sua pittura non è astratta. Emilio Villa la designava come 'orfica'.
Pupino Samonà ha approfondito e portato avanti l'insegnamento del primo Futurismo. "In fondo - osservava giudiziosamente Filiberto Menna nel 1980 - non ha mai dimenticato di guardare con attenzione alle avanguardie storiche, di chiedere ad esse lo slancio verso il nuovo". Samonà ha indagato sul 'dinamismo plastico' tra 'moto relativo' e'moto assoluto', e sui principi di 'continuità di materia di diversa intensità' e di 'assenza di vuoto nel Cosmo' enunciati da Boccioni nel 1913. Soprattutto, ha elaborato orizzonti nuovissimi facendo eco a concetti quali 'velocità astratta', 'interpenetrazioni di luci', 'simultaneità di forze', 'vortice più spazio', 'linee di velocità', 'compenetrazione dell'io con l'universo' di Giacomo Balla. Balla, d'altronde, aveva aperto la via ad una poetica del cielo dipingendo opere quali Orbite celesti, La costellazione di Orione, Mercurio che passa davanti al sole (1914). Di fatto, Samonà è andato oltre. Ma non ha ignorato queste lezioni, e tantomeno le ardite visioni pittoriche di Balla. Così facendo, ha rielaborato e travasato nel XXI secolo alcune geniali intuizioni pioniere del primo Futurismo. Quelle che la pittura italiana del secondo '900 aveva ignorato, tralasciato, e poco, o per nulla, approfondito. Naturalmente, come osservava Menna, Samonà ha avuto anche altre sollecitazioni: Kandinskji, per esempio, e le avanguardie storiche, poi l'astrazione 'sublime' di Marc Rothko e Barnett Newman. Oppure, cosa che non deve sorprendere se si considera il suo lavoro degli anni `80 e '90, l'arte della luce e dell'ombra del Caravaggio. Nel suo `slancio verso il 'nuovo', Samonà ha ampiamente spaziato, tra epoche e arti, creando la propria libera genealogia.

La sua prima ricerca, quella degli inizi degli anni `50, indagava sulla materia germinale della natura. Una materia tutta terrestre, nelle tinte e nella consistenza. Materia ottenuta con effetti ad imprint, ricavati da strutture vegetali (cortecce di pino ed eucalipto, e paline di fichi d'India essiccate, per esempio). Strutture scompigliate, trascinate e sospinte da tm lento vortice, che sembrava introdurre un principio d'ordine e d'armonia nel caos spaziale. Nel contempo, lavorava a disegni, tempere e gouaches, simili in tema e dinamismo ma in cui figuravano, oltre agli elementi vegetali, delle linee di forza zoomorfe (a forma di pesce, per esempio) leggere e vibranti. Presentando nel 1968, alla Galleria l'Asterisco di Roma, la mostra di opere su carta di Samonà ('Pesci Pensieri', disegni, 1954-1968), Renato Pedio scriveva "I vegetali sono paesaggi in stato di grazia [...] I pesci sono occhio e arco e, insieme, luce di luna e lame e, insieme, spicchi strappati alla memoria". L'iconografia della curva e del cerchio tanto cara a Balla era così mutata e vivificata da nuovi dinamismi e mescolamenti semantici. Diverse serie di opere su carta hanno accompagnato sin da allora ogni fase della pittura di Samonà. In genere, hanno seguito un loro percorso tematico, dividendosi in cicli o serie iconografiche (pesci/arco/luna, volo di rondini, energie telluriche, 'passeggiata dell'omunculus nel cosmo'...), transumando, in alcuni casi, dalla carta alla tela con il proprio bagaglio di elementi zoomorfi e vegetali, se non antropomorfici. In questa dimensione più intima, Samonà ha lasciato emergere una poetica tenera e caustica, "una carica di ironia e ingenuità, e insieme di rivolta e di pensieri" (R. Pedio).

Samonà ha iniziato a dipingere i primi astri, 'soli neri', e cerchi cosmici bianchi e neri, attorno allo stesso periodo, verso il 1955. Nel testo inedito prima menzionato, Emilio Villa fa l'elogio semantico e mitografico di questa serie di lavori: elogio del gesto circolare, della curvatura primigenia, dell'archetipo lunare/solare. Samonà aveva alle spalle i cerchi del Suprematismo, del Raggismo, di Delaunay, di Balla, di Kandinskij. Ma, nel dopo-guerra, fu tra i primi - precedendo di poco la serie 'Terra-Sole' (1957) di Adolph Gottlieb - ad elaborare tondi e cerchi in uno stile e moto del tutto nuovi. Ciò non sorprende. Si trovava, infatti, già sulla soglia di un'era che vedrà sonde e astronavi attraversare gli spazi, e obiettivi satellitari protendersi verso il cosmo come prolungamento dell'occhio umano,trascinando così la visione collettiva verso dimensioni e paesaggi che i cerchi cromatici e concreti dei primi pittori astratti del '900 non avevano potuto prefigurare. All'occasione di una mostra alla Galleria Piattelli di Roma, e cogliendo l'ambivalenza tutta simbolica del binomio eclissi-astro, luce-ombra, Enrico Crispolti scriveva nel 1970 a proposito dei `soli neri' di Samonà "s'assite ad epifanie d'eclissi, giacché l'occultamento qui, per singolare ambiguità, vale come apparizione". Da allora, da questi primi cerchi, Samonà ha pazientemente lavorato per decenni, un quadro dopo l'altro, procedendo ad una prodigiosa 'cartografia cosmica' (Crispolti): corpi celesti, curvature siderali, orbite, ellissi, intersecazioni tra orbite e parabole, eclissi, paesaggi cosmici. Ma non soltanto. Il suo universo non è tanto armonia platonica quanto una drammaturgia d'Empedocle. Così, un'altra costante del suo lavoro - la ricerca su luce, movimento, energia, materia, ordine/disordine - lo ha portato a visualizzare fenomeni dinamici complementari alle grandi immagini siderali di quiete ed armonia. La sua pittura ha allora teso verso la captazione di condensazioni e deflagrazioni, scorci di tenebre e subitanee luminescenze, luci che vibrano, pulsano e slittano via, fluttuazioni tra microcosmo e macrocosmo, rifrazioni, masse di materia nebulosa, vertigini stellari, irruzioni, buchi neri, abisso. Abisso inteso non come vuoto (Boccioni ne negava l'esistenza) ma come principio affine all'Absu dei Sumeri, ovvero fondamento primigenio del cosmo. Non si era del tutto sbagliato Achille Bonito Oliva quando, presentando Samonà alla Galleria Guida di Napoli alcuni decenni fa, definiva la sua ricerca "visione scientifico-positivista e nello stesso tempo spiritualista". La verità è che gli orizzonti cognitivi del nostro tempo implicano dimensioni epiche. L'immaginazione artistica si protende dove l'enigma inizia. L'importanza della pittura di Pupino Samonà risiede anche in questo ricordarci l'eroica ambizione (e funzione) dell'arte in un'epoca di confusa banalità.
Questo, in breve e succinta sintesi, l'itinerario. Il vigoroso maturare dell'opera di Samonà è stato inversamente proporzionale all'attenzione che ha ricevuto dal 'Sistema dell'Arte'. Ma Samonà ha continuato vivacemente a produrre, e anche ad esporre con entusiasmo mai sopito in luoghi e percorsi `alternativi' all'establishment. Tra il 1979 e il 1980 ha lavorato al grande progetto monumentale commissionatogli per il Memoriale alle vittime dei campi di concentramento, ad Auschwitz. Un lavoro notevole. Nella struttura progettata dall'architetto Belgioioso, Pupino Samonà ideò un insieme, coerente e drammatico, "di grande forza cromatica [... ] ed energia gestuale [...], con un ricordo delle linee-forza e delle compenetrazioni spazio-temporali presenti nei voli di rondini di Balla e nelle finestre o nei soli di Delaunay" (E Menna). Nell'entroterra della sua pittura, ogni ricerca ed esperienza ha lasciato il segno in un continuo consolidarsi dell'opera.
Al fine di rendere adeguatamente gli elementi e le immagini del suo repertorio referenziale, Pupino Samonà ha infatti messo a punto nel corso degli anni tecniche molto elaborate, sapienti, e del tutto personali. Ha fatto uso maestro di pennelli, spatole, tamponi, carboncini, caches, tecniche dello spruzzo e mescolanze varie per ottenere bagliori luminosi e tinte evanescenti oltre che hard-edged limiti, bordi, forme, linee e curvature. Ne è derivata una grande coerenza estetica. Un perfetto equilibrio tra idea e forma. "Il suo sentimento - osservava Luigi Marcucci nel 1977 (catalogo Galleria Studio Kama) - ha, dell'artigiano puro, l'incanto del segno e della decisione formale". La decisione formale di Samonà è pensata e sentita con estrema tensione umana e pittorica. Non teme dubbio, derisione, dramma e sconfinamento. Né la parola 'bellezza'. Perché l'Universo - illusione, materia o enigma che sia - ha anche del sublime. Rispecchia una parcella dell'Ignoto. Grande sfida per un artigiano della materia, appassionato di favole di scienza e di cosmografie.

Roma. giugno 2004